Certe Storie Normali PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluigi Accattato   
Giovedì 08 Aprile 2010 11:59
Quando Una Donna Sa Come Vivere.
 
Raccontare il «normale» non è mai un’impresa facile. Pare quasi che le storie più semplici, alla fine, nascondino sempre qualche tranello per chi vuole «metterle nero su bianco». Ma forse è soltanto perché non ci siamo del tutti abituati, a certi fatti, a certi racconti. È dura allora, anche per questo, dire di «quella donna» che vuole solo sfamare i suoi bambini.
È la storia di una delle tante in un Alto Jonio di soprusi, poco rispetto e tanto altro. È la storia di un silenzio che diventa un urlo. È la storia che nessuno sa o invece tutti conoscono. Ma una cosa è saperne nei bar o nel proprio salotto, un’altra è scriverne sui giornali. «Ma dai, che ci sono cose più importanti». Pure di una mamma e del suo dramma giornaliero? Non lo crediamo affatto. Per questo mettiamo da parte ogni dubbio e voliamo nello scuro di una storia che fa male al cuore quando la si racconta. È il classico «lavoro sporco» che fa dispiacere lo stomaco del benpensante di turno. Ma va bene così, anche così.
Siamo qui e la conosciamo, questa storia: siamo qui e la vogliamo raccontare. D’altro canto non è poi una grande novità sorprendersi in una palude di pensieri e di sentimenti del genere. In effetti, ci sono storie nascoste in un vivere quotidiano che nessuno conosce. Ci sono storie, in questo Alto Jonio senza più sogni e senza più stimoli, che scopri in un attimo e l’attimo dopo preferisci dimenticarle. Ci sono storie che non penseresti mai di raccontare, perché forse sono storie ormai del tempo che fu. Sono storie che ti fanno sentire meno solo, storie che ti arricchiscono, anche se sono fatte solo di sacrifici e umiltà. E invece sono le storie di tutti i giorni. Nascono all’alba e muoiono al calar del sole, durano un intero giorno, perché il giorno dopo ce ne sono altre da raccontare.
Sono le storie di quelle donne che si alzano alle tre del mattino, «preparo il caffè a mio marito, altrimenti nemmeno quello farebbe», e alle quattro sono già a lavoro, a riempire le tasche di qualche facoltoso agricoltore che ha terreni pieni di frutta da smistare al più presto. «Perché se sbagli anche solo di pochi minuti, rischi di perdere il lavoro», è la confessione di una donna. «Facciamo che non ti dico il nome, tanto non cambia nulla», quasi come se preferisse restare nel suo anonimato. Sono gli occhi a raccontare, più che le sue parole. Sono i suoi occhi che dicono tutte le volte che è riuscita a sfuggire a dei tentativi di soprusi da parte del capo.
E sì, succede anche questo. A volte è solo la solita mano che cerca di allungarsi e divincolarsi fra le grazie delle signorotte del mattino che vogliono solo arrivare alla sera «per sfamare i miei bambini». Altre volte, accade qualcosa di più. E tutto questo non si saprà mai. Perché anche quegli occhi lo terranno nascosto. «Mi sento umiliata»: si concede questa confessione dopo qualche minuto di silenzio. Un silenzio assordante, perché capisci, in quel silenzio, il senso di una vita spersa, che non ha un sogno da inseguire, una passione da coltivare, un sorriso da far vivere. «Arrivi nei campi e vieni trattata come un oggetto», continua. Non è un lavoro quello che fai. Sono queste le parole forti di una vita quotidiana.
Sono queste le riflessioni di una delle tante, «perché come me ce ne sono tante altre che sicuramente non troveranno mai la forza di parlare». E tu perché l’hai fatto? «Diciamo che non servirà a niente, ma volevo solo uscire un attimino da questo inferno di vita». Parole dure, le tue... «Non ne ho altre. Io vivo queste ansie e so di cosa parlo. O forse preferite un racconto più irreale, da film? La mia vita non è un film, la mia vita non ha i colori e i suoni di uno spettacolo di successo». Ha parlato poco la protagonista di questa storia. Ha usato, però, termini forti. Ha raccontato di soprusi subiti durante il lavoro, ha detto di sentirsi umiliata, di essere trattata come un oggetto, di voler uscire, anche se solo per un attimo, da questo inferno di vita. Ci ha aiutato solo a scrivere un altro racconto di questa società spaccata, a riempire altre pagine di un settimanale che non nasconde mai niente, a firmare una storia che già adesso nessuno ricorda più. Forse, per molti è stato solo questo. Quando ti stringe la mano, dopo la nostra chiacchierata, senti una forza che non appariva durante il suo racconto. Senti che per lei tutto questo è servito a qualcosa. Senti tante altre cose. E ti senti anche un pochino più ricco, perché ti ricorderai sempre di quella donnina - come ce ne sono tante - che vogliono «solo sfamare i miei bambini».
Loro sì che le puoi definire «donne coraggio». Ma poi ti accorgi che rischi l’ennesima retorica e ti fermi, rifletti. C’è un Sud che esplode a furia di trattenersi tutto dentro. E urla, e sbraita. E chiede che sia meno ingiusta la sua esistenza di ogni giorno. E sogna anche. Al femminile, magari. Con quella dignità che si ha dentro ma che poi si perde, scompare. «Solo sfamare i miei bambini»: come una preghiera, o forse soltanto come la peggiore delle ipotesi, questo accento resta dopo la nostra chiacchierata. Nell’Alto Jonio che si arrampica sugli specchi. Nel mare di niente che fa male a chi ha ancora un po’ di sensibilità e di cuore dentro.
 
 
Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Aprile 2010 10:04
 

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